Arturo Martini, "Contemplazioni"

Questo articolo è uscito su Librobreve nell'aprile 2014. Si ricorda che nel 2017, per l'editore Johan & Levi, è uscita la biografia Arturo Martini, La vita in figure di Elena Pontiggia.


Nel maggio "radioso" del 1915, come noto, l'Italia entra in guerra. La ripercussione di questo fatto sulla vita dell'artista Arturo Martini (Treviso, 1889 - Milano, 1947) è ravvisabile nell'interruzione di un viaggio a Parigi. Nella primavera del '16 Martini, ventisettenne, è perfettamente arruolabile. Prova tuttavia a schivare la trincea e le linee dei campi di battaglia e ci riesce: finisce a lavorare come operaio fonditore, prima a Genova, poi sempre in Liguria a Vado Ligure. In questo periodo principia una ricerca che sfocia nel libro (?) senza testo che Martini pubblica a proprie spese presso la Tipografia Lega di Faenza nel 1918 (ora disponibile anche nel catalogo delle Edizioni Canova in ristampa anastatica, pp. 84, euro 12, a cura di Mirella Bentivoglio e Nico Stringa). L'incisore-ceramista (e così capiamo anche Faenza forse e ci ricordiamo la roccia del caolino nei bianchi di Piero Manzoni) stende in queste pagine dei segni, come in un raptus di scrittura asemantica. Ad un primo impatto mi hanno ricordato dei grandi libri di Canto Gregoriano (per i rombi) che mi è capitato di ammirare assieme alle miniature in tanti giri, soprattutto dell'Italia centrale.


Primordi, arte cinetica, ritmo segnico, accentazione grafica, spazialità che aspira a purezza. C'è già il Martini "etrusco" in queste afasie paraverbali? (L'etruscologia da viaggio di Dico a te, Clio di uno scrittore immenso come Alberto Savinio arriva solo vent'anni più tardi!). Credo di sì. Ma c'è come una sintesi di tanta arte che proprio nella nostra penisola ha appoggiato, lungo più secoli. Tutto nasce con la tecnica dell'incisione del legno (xilografia). Il segno nero si carica e dialoga con gli esiti espressionisti allora in auge e tuttavia si svuota di tutto, del colore e di una tensione curvilinea qui assente, e pare dialogare anche da vicino con il Kandinskij, artista che io trovo in fondo assai meno interessante di Martini, ma che ha avuto la grande capacità di tracciare in Punto, linea, superficie e in Lo spirituale nell'arte i solchi di una portentosa riflessione teorica (eppure sarebbe così facile rendersi conto che Martini non è da meno se si riprende in mano La scultura lingua morta e altri scritti pubblicato da Abscondita). Si parla spesso di mistica, di contemplazione religiosa e musicale per questo unicum della storia dell'arte (e della storia del libro) in Italia. Martini lesse il mistico olandese John of Ruysbroeck, questo è un dato consolidato. E la catastrofe della Prima guerra mondiale può aver giocato una parte molto importante. Le date a volte dicono di più di mille discorsi critici, se ascoltate a fondo.


Il volume nasce sulla scia della recente mostra bolognese tenutasi a Palazzo Fava e da poco chiusa, Arturo Martini. Creature, il sogno della terracotta. L'anastatica proposta da Canova Edizioni è corredata di un foglietto sciolto e svolazzante con le annotazioni dei curatori Mirella Bentivoglio, teorica del libro d'artista, e Nico Stringa, profondo conoscitore dell'opera dello scultore di Treviso. Estratto questo foglietto, ciò che rimane è l'anastatica del quel pionieristico e unico libro del 1918. Per gli appassionati qualche altra notizia in chiusura: il libro uscì anche poi nel 1937 per la milanese Tipografia Vera e nel 1945 per la veneziana Ferrari. Nel 1967 fu la volta di Scheiwiller. L’edizione originale si trova invece in copia unica nel Fondo Natale Maz­zolà della Biblioteca Civica di Treviso e la presente edizione è resa possibile dal direttore Emilio Lippi e dagli eredi dell'artista.

Ripenso spesso alla Donna che nuota sott'acqua, da Martini stesso forse intravista come il culmine della propria ricerca. Che cosa spartiscono questi segni partiti dal legno e precipitati in questo libro del 1918 e quella statua acefala del 1942 che lungamente l'artista elaborò, probabilmente rapito dalla visione di una scena precisa di un film di W.S. Van Dike (Ombre bianche, traduzione di White Shadows in the South Seas di cui riporto il video del trailer sotto) della fine degli anni Venti, nel quale apparivano sott'acqua delle nuotatrici polinesiane? Il bianco? Lo spazio bianco? L'intervallo di bianco e buio? L'acqua? Un silenzio? Lo stesso vano tentativo di essere respiro e movimento?



Arturo Martini, Donna che nuota sott'acqua, 1942




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