"Hagard" di Lukas Bärfuss

Questa recensione è appare nel sito "Lankenauta" il 31 marzo 2021.


“L’inizio? Non è mica una cosa facile. Nessuno può stabilire con quale evento prenda avvio una storia.” C’è abbastanza per concedere a questa affermazione un’eccelsa forza persuasiva. La frase si colloca non tanto all’inizio ma comunque nelle primissime mosse di Hagard di Lukas Bärfuss, primo libro del cinquantenne scrittore, saggista e drammaturgo svizzero proposto in italiano da L’Orma Editore nella traduzione di Marco Federici Solari. L’evento iniziale potrebbe essere l’appuntamento mancato del protagonista, Philip, agente immobiliare che ha passato i quarant’anni, oppure le ballerine color prugna di una donna che il suo occhio aggancia e che Philip decide di inseguire. Oppure l’evento iniziale potrebbe essere non noto, incerto, fuori dal campo visivo, disperso in un prima. L’inseguimento, che è quanto leggiamo, assomiglierà a una ricerca forsennata, pertanto fuori di sé, nella quale ticchetteranno di continuo, nelle parole del narratore in terza persona che è comunque coinvolto nei fatti e nella scena cittadina, le notizie misteriose che si susseguono sulla scomparsa di un Boeing 777 della Malaysia Airlines, una gazza, lo scemare della batteria del cellulare del protagonista verso lo 0% di carica, i miasmi di una cattiva digestione (per via olfattiva questo libro ricorderà a molti La morte a Venezia), un freddo che coglie quasi sempre di sorpresa.

Hagard, che si è aggiudicato il premio Georg Büchner, si rifà alla tradizione di opere con una cortissima concentrazione temporale. 36 ore rappresentano l’arco di tempo dall’istante in cui le ballerine – e mai il viso della donna - entrano nel campo visivo di Philip e la fine dello svolgimento di una catastrofe che non è rovina. Che cosa succede a Philip? C’è la deliberata volontà di far fallire quell’affare che lo attendeva? I vantaggi innegabili della vita di coppia stabile gli stanno stretti o comunque non escludono l’anelito a un legame di profonda comunione interiore o fusione con un’anima affine? È questo uno dei fantasmi che abita il cervello del protagonista? Non è dato ridurre o stemperare i grumi di quesiti che questo libro porta a galla, su questa presunta fuga che fuga non è. Tanto per chiarire, leggiamo in un passo che finché “la donna resta un mistero puoi continuare a credere. Se vedi il suo viso saprai tutto e non imparerai più nulla. Decifrerai il suo volto. Inizierai a interpretare. E quando ti metti a interpretare, smetti di vedere. Saprai cosa pensa. Come guarda il mondo. Capirai, ma non vedrai più.” Insomma, il segreto fa aprire agli occhi, quanto è compreso e interpretato è perduto. Smettere di cercare è la morte, e sebbene questo possa sembrare un facile slogan, ben s’attaglia alla vicenda narrata. Di certo sappiamo che il ricercare alla morte può condurre, e questo dato non è novità.

I rimandi a certi assi portanti del presente sono evidenti: le ossessioni, le perversioni, l’interconnessione perenne con la tecnologia (per converso: il cellulare morente di questa storia), la documentalità e le tracce che lasciamo (il cellulare o i documenti smarriti col portafoglio dal protagonista, ma anche la vicenda del Boeing Malaysia Airlines sullo sfondo, quasi a richiamare la sola vera possibile “scomparsa” oggi data all’essere umano, in un incidente aereo). Possibili ma evitabilissimi gli incroci con il termine giornalistico-legale stalking. Non è di quest’ultimo che troviamo traccia in questo libro, non ci sono estremi per parlare di stalking, e rivolgersi allo stalking potrebbe essere il tentativo banalizzante di un recensore in crisi di idee, o meglio, di un giornalista culturale in cerca di agganci facili con la moribonda e davvero fantomatica “attualità” (del resto i comparti del giornalismo sono diventati permeabili nella totale disinvoltura, con giornalisti di nera passati a raccontare il virus al posto di preparati giornalisti scientifici o giornalisti culturali che flirtano con la nera, in un calderone tanto prevedibile quanto dannoso). Chiaramente non è escluso che, soprattutto in Italia, qualcuno si metta in testa di scrivere e pubblicare l’atteso romanzo sullo stalking “che tutti aspettavamo”, ma questo è marketing editoriale della peggiore specie, praticato tanto da autori che da editori, e non dovrebbe fregarci più.

Il titolo dell’opera rimanda al gergo della caccia e sta per il falco preso da adulto, non addomesticato, però non è immediato dire chi caccia o chi è cacciato in quest’opera. Certamente quella di Philip a una caccia assomiglia, eppure è lui stesso braccato, dai suoi demoni e da quel narratore, coinvolto nei fatti e nella scena cittadina (Zurigo), che abbiamo nominato già all’inizio. Ed è in questo narratore, una sorta di riedizione contemporanea del narratore dostoevskiano geolocalizzato, che si situa un motivo di interesse per questo libro. Ma è altresì nei ripetuti pensieri sulla macchina, sul vapore, sulla rivoluzione industriale, sulla ricerca scientifica (si aspetti il finale) e sulla tecnologia che questo libro gioca le proprie carte più promettenti, pur nella consapevolezza di una incompletezza o meglio di un’incapacità di comprensione della trama e della trama della realtà, una sorta di rinuncia con la quale siamo chiamati a una prova, quasi si trattasse di un teorema da dimostrare, anche attraverso la scrittura.

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